Collasso gravitazionale.
Prima leggevo le prime due righe e le ripetevo finchè non fossero solide nella mia testa. Poi altre due, prima le ripetevo da sole finchè non fossero altrettanto solide e poi le ripetevo insieme alle prime due finchè i due pezzi non si fondevano in uno. Cominciavo così ad imparare le poesie, quando ero piccolo. Continuavo aggiungendo due righe dopo due righe finchè, e questo cambiava sempre, non si accumulavano troppe righe o troppe parole. O troppi concetti, perchè imparare a memoria le poesie passava pure la loro comprensione. Quando le righe da ripetere tutte insieme diventavano troppe, spezzavo ed applicavo lo stesso metodo ad un pezzo di poesia, come se fosse una poesia intera. Soltanto alla fine mettevo insieme i pezzi, ma in questo caso restava evidente nella mia memoria la saldatura. Poteva capitare che sapessi molto bene un pezzo e meno bene uno seguente o viceversa, ma comunque erano due pezzi distinti da ripetere in sequenza. Bisognava ricordarsi la sequenza dei pezzi di poesia e tutte le parole dei singoli pezzi di poesia.
Un giorno, a pranzo, mio nonno mi disse come si imparano le poesie: "Devi leggere tutta la poesia, con molta attenzione, concentrato su quello che stai leggendo, circa 10 volte mentre sei a letto, subito prima di addormentarti."
Che e' come quando arriva una nuova tecnologia a sconvolgere l'esistente e ci si accorge che fino ad ora si e' fatto un sacco di lavoro inutile. Cosa fa tutto il mondo in questi casi? Non si fida e continua con la tecnologia vecchia, sfottendo di ridicolo quelli entusiasti della nuova tecnologia, finchè pure loro non si adattano, ma troveranno il modo di dimostrarsi che ora e' diverso e che quelli restano ridicoli perchè è come si usano le cose, non averle, ed io non sono mica schiavo di questo aggeggio.
Comunque un pomeriggio che era troppo bello per essere studiato, quando c’era uno di quei soli che ti volevano fuori e non dentro a studiare poesie, compii un atto di coraggio: non studiai.
Non imparai la poesia a memoria e passai tutto il pomeriggio a giocare. Coscientemente decisi che c’era solo un modo per vedere se mio nonno aveva ragione: non studiare la poesia e fare come diceva lui. Non potevo studiarla male o così così e poi fare come diceva lui, perché male poteva sempre essere molto più di nulla.
Se non funzionava ero nella merda, mi sarei svegliato il giorno dopo senza poesia e senza la possibilità di impararla, se funzionava avrei liberato dall’angheria delle poesie migliaia di pomeriggi a venire, ed ovviamente non avrei confidato il segreto a nessuno perché, pensavo, se si diffonde la scoperta,tutti diventano più bravi e la maestra lascia poesie più lunghe e siamo punto e a capo.
La lessi 20 volte per essere sicuro, perché anche se mio nonno aveva detto 10, almeno in questo potevo raddoppiare, non cambiava la natura dell’esperimento.
Ora lo posso dire: funzionò.
Ancora buon 25 aprile a tutti!
A quelli che ci credono ancora ed a quelli che hanno bisogno di una pacca sulla spalla per tornare a crederci, a quelli che hanno finalmente trovato come e quelli che ancora no, a quelli che hanno capito, alla fine e quelli che si ostinano a non volerlo capire, a quelli con le mani ben salde sul timone con l’obiettivo a prua e quelli che a volte lasciano andare la nave un po’ dove le correnti la portano.
A quelli che vogliono la pace insieme alla libertà ed a quelli che si illudono che la libertà da sola esista, a quelli che vogliono la democrazia insieme alla libertà ed a quelli che hanno capito che l’una non c’entra molto con l’altra, a quelli che vogliono la coscienza insieme alla libertà ed a quelli che pensano che la libertà sia solo scegliere la musica e la trasmissione, a quelli che la libertà è partecipazione e quelli che la libertà è star sopra un albero, a quelli che vogliono il lavoro insieme alla libertà e quelli che vogliono essere liberi di non lavorare, a quelli che non vogliono la mafia insieme alla libertà e quelli che la mafia è un altro discorso, a quelli che vogliono l’integrazione tra i popoli insieme alla libertà e quelli che vogliono la libertà ciascuno a casa propria, a quelli che vogliono la salute insieme alla libertà e quelli che finché c’è la salute c’è tutto, a quelli che non chiedono il passaporto alla libertà e quelli che le chiedono il permesso di soggiorno, a quelli che vogliono un Dio insieme alla libertà e quelli che sono convinti che ce la possiamo fare con quello che abbiamo, a quelli che vogliono un pianeta insieme alla libertà e quelli che io la macchina la voglio prendere quando voglio, a quelli che pretendono un pianeta per godersi la libertà e quelli che ma come si fa con lo sviluppo a quelli che vogliono un pianeta biocompatibile oltre alla libertà e quelli che si stava meglio quando si stava peggio, a quelli che vogliono un futuro insieme alla libertà e quelli che voglio andare a vivere in campagna, a quelli che vogliono l’equità insieme alla libertà e quelli che la libertà è liberismo e non è colpa nostra, a quelli che vogliono la cultura oltre alla libertà e quelli che la libertà non ha neppure l’accento, a quelli che vedono un modo violento per parlare di libertà e quelli che non riescono a trovare neppure un barlume di logica in simile pensiero, a quelli che oggi vogliono parlare della libertà, a quelli che oggi ci vogliono bere sopra ed a quelli che ci mangeranno sopra.
In Francia nel 2001 un gruppo musicale decise di fare politica.
Si chiamavano gli Zebda ed era gente dei quartieri popolari. Facevano politica perché, attraverso la musica, coinvolgevano i giovani levandoli dalla strada, dandogli spazio, e facendoli parlare.
Immaginate dei musicanti che vanno a Scampia a Napoli, o allo Zen di Palermo e le zone peggiori delle città che si mettono a cantare ed i ragazzi invece di perdere tempo a spacciare, di sporcarsi le mani di bianco, invece di stare zitti ed obbedire agli ordini del campo mandamento, si mettono a parlare, a pensare, ma anche a cantare tutti insieme e sentirsi parte di una forza che cresce che monta e che minaccia finalmente di svegliarsi. Di prendersi la vita che si era negata fino ad allora.
Gli Zebda fondarono la lista Motivées e si proposero alle elezioni municipali di Tolosa portandosi tutto il loro bagaglio di voti e di consenso nato nei quartieri popolari. Tutta la Francia, impegnata nelle elezioni politiche, rimase esterrefatta a guardare quello che stavano combinando questi ragazzi e non voleva credere, come non lo vorrebbe nessuno, che la risposta era così facile, che la risposta era nella musica.
Tutte le piazzi popolari e povere, quelle zone che poi sarebbero diventate le banlieues, cantavano e pensavano, ballavano e parlavano, e non c’era partito che fosse più radicato nel territorio.
I candidati furono presi dal popolo, quello più infimo. Il popolo si era scritto il programma, il popolo si era preso il mandato ed il popolo aveva finalmente mandato affanculo la democrazia rappresentativa e si era rappresentato da solo invece di aspettare l’elemosina elettorale.
Le elezioni andarono bene, sopra le aspettative e il popolo si diede mandato di attuarsi il programma. Non avrebbero potuto neppure scendere in piazza a protestare, perché sarebbe stato protestare contro se stessi, visto che finalmente c’era se stessi a rappresentarsi.
Poi qualcuno che pensava male fece qualche indagine post-elettorale e scoprì la verità...scoprì che quella era una vittoria legittima, sacrosanta, ma che aveva una piccola pulce, perché ancora una volta il popolo non riusciva a rappresentarsi da solo, ma era stato turlupinato ancora ed ora invece di rappresentarsi o essere rappresentato, doveva rappresentare.
Accadde, infatti, che il quartiere in cui la lista Motivées prese più voti, era il quartiere dei cosiddetti Bobo, i borghesi bohemien di sinistra radical chic, il quartiere dove loro non erano andati manco una microscopica volta, dove non erano passati neppure con l’autobus, dove non avevano non suonato, ma neppure fischiettato, dal quale non avevano preso neppure un candidato.
Fu così, un po’ per destino, un po’ per farsa che il popolo, quello vero, si ritrovo nel consiglio a rappresentare i Bobo che per una volta rimasero a casa a grattarsi la pancia, invece che nel consiglio a filosofeggiare.
2030 di Articolo 31. Nel 1996 mi ascoltavo spesso questa canzone...due giorni fa in treno mi è venuta di nuovo in mente e me la cantavo in testa. Cantavo ed inorridivo.
In neretto le previsioni che vedo già realizzate dopo soli 12 anni, per le altre abbiamo 22 anni ancora attuare il programma...

Ha cominciato sbattendo in faccia la porta a l’unico partito che dava equilibrio alla coalizione, poi ha continuato mettendo insieme i patriottici con i secessionisti, quelli che “se sgarri che ti butto dentro e butto la chiave” con quelli che “amunì un successe niente, pigghiamuni ‘u cafè”, per convincere i precari gli diceva che l’unica soluzione era sposarsi con i ricchi, per convincere gli ultimi che lo amavano per quello che era ha dichiarato che era finita la stagione dei condoni che, udite udite, iniziava la lotta all’evasione fiscale, per convincere gli ottimisti non smetteva mai di ripetere che siamo nella cacca, nel frattempo andava insultando istituzioni a destra ed istituzioni a sinistra ed istituzioni in basso ed in alto, per convincere i magistrati gli ha proposto di farsi l’esame mentale, per convincere i siciliani ha detto che un mafioso è un eroe, per convincere gli italiani all’estero un giorno prima delle elezioni s’è saputo che avrebbero voluto comprare voti, per convincere gli indecisi diceva una cosa la mattina e ne sparava un’altra la sera, per convincere i suoi fedelissimi, quelli che lo seguivano sempre, diceva loro che erano dei rompicoglioni e poi supplicava, supplicava tutti dicendo che sarebbe stata una croce per lui governare che era difficilissimo e lo avrebbe aspettato un compito faticosissimo, ha detto a chiare lettere che questa era l’ultima e poi basta più...e dulcis in fundo è andato a Roma ad insultare Totti.
Quando vai a Roma ed insulti Totti vuol dire che vuoi veramente perdere le elezioni...e minchia ‘sto cretino non è neppure capace di perdere le elezioni quando vuole.
Siccome mi hanno finalmente cambiato la residenza elettorale, oggi ho fatto 40 km per votare. Da un capo all’altro della città. Io vado in bici. Sempre. Pure per votare, ma soprattutto per non inquinare. 40 km per una croce. Lasciamo stare i paragoni. Io li ho fatti in bici e la croce la dovevo disegnare, non portarla. Era pure umido oggi a Palermo. Una merda di tempo per andare in bici. La stessa distanza fu coperta per annunciare la vittoria di Maratona. 40 km, 3 croci, 1 solo segno su 1 solo simbolo, 0 CO2 emessa.
Una speranza, una fottuta paura.

Visto che fa figo non andare a votare, ed io mai stato figo io ci vado.
Io sono nato democratico e cresciuto democratico.
Questa è un’indicazione di voto: votate per il Partito Democratico.
Questo è un sondaggio: a casa mia dove vivo solo io, il 100% delle persone votano per il Partito Democratico.
Questo è voto di scambio: se votate per il Partito Democratico avrete il mio consenso.
Questo è un broglio elettorale: quella che oggi nella vostra testa è una scheda bianca, diventerà una scheda per il Partito Democratico domenica.
Questo è una promessa elettorale: prometto di votare e fare votare per il Partito Democratico
Stasera sono tornato a casa e baciavo terra.