Se adesso smettessimo di prendercela con Dio, saremmo finalmente piu' sinceri con noi stessi.
La macchina la posteggiai lontano da casa e però mi dovevo portare due scatoloni di cartone grandi, stasera. Erano pesanti, pure. Erano stracolmi di guanti da lavoro, inoltre. Il cartone era di quelli spessi e pesanti, però lisci. Lisci come un piatto insaponato che non si dovrebbe rompere, ma che decidi di asciugare lontano dal lavello. Anche se non fosse liscio, quel piatto si frantumerebbe comunque.
Questi pesanti cartoni lisci erano due, come le mie braccia e per una evidente inconsistenza della strumentazione erano difficili, da prendere ed issare insieme. Come giocare al gioco del 15 con sedici tessere da sistemare. L’importanza dei gradi di libertà la si apprezza in questi casi. Per fortuna che il corpo umano presenta gradi di libertà nascosti, sedurre scomodi e devo dire nascosti ad i recessi della logica e della memoria, tant’è che non ho capito, ne ricordo come abbia fatto a ritrovarmi con i due scatoloni, su di me, uno per spalla. Nella migliore posizione per essere trasportati rimuginavo tra me e me, mentre iniziavo a camminare.
Mentre iniziavo a considerare al modo con il quale farli adagiare a terra, iniziavano i primi dolori da fatica. Quando avevo capito che l’unico modo per adagiarli era non adagiarli e farli scaraventare per terra, i muscoli degli avambracci ed il trapezio mi facevano veramente male. Nell’istante in cui provavo a calcolare quale frazione del percorso avessi già percorso, iniziavo anche a negare la possibilità che io potessi riuscire una seconda volta a fare quella manovra di arti che mi aveva portato ad issare entrambi gli scatoloni sulle spalle. Dopo un po’ che avevo già realizzato che la frazione di strada che mi mancava ancora stava a quella che avevo percorso come Bud Spencer sta a Terence Hill, focalizzai il mio pensiero sulla coscienza che qualunque cosa potesse accadere, non avrei mai lasciato gli scatoloni per riposarmi e poi ricaricarmeli, perché non ci sarei mai riuscito. Mai.
Nel tempo che seguì da là a qua (intendendo per qua il posto da cui scrivo che è la mia casa) il dolore si fece via via più acuto e mentre prima stavo a cantare (cantare…urlare dal finestrino) socialmente impegnato ora ogni pensiero aveva abbandonato il mio corpo. C’era solo il mio dolore, che coscientemente mi imponevo e continuava e non c’era più spazio per il mondo, nessuna empatia per i condannati a morte, nessuna compassione per le vittime delle torture antiterrorismo, nessuna comprensione per i bimbi che muoiono, e nessuna voglia di salvezza per i malati, con alcuna distinzione tra malati ricchi e malati poveri.
C’era solo il mio dolore alle braccia lancinante e pulsante.
Poi arrivai sotto casa e scaraventai gli scatoloni per terra, nessun problema sociale mi torno in mente solo l’avere capito improvvisamente che l’unica cosa che ha valore è l’incommensurabile.
Lei viveva tranquilla nella sua Itaca per scelta e per necessità. Per necessità ci viveva, per scelta l’aveva resa tranquilla. Poche volte si scontrava con la vita, per lo più aveva imparato a vivere alla finestra guardando le molecole d’aria passare, una dopo l’altra.
Lui l'aspettava da anni oramai e si che era pure giovane e tanti anni da giovane sono più di tanti.
Capiamoci, non aspettava lei, proprio lei, aspettava l'idea di lei e di lei l'idea lo stuzzicava quando andava a coricarsi ed era ciò che desiderava di avere avuto quando iniziava la giornata.
Qualunque fosse la giornata che gli venisse mandata loro andavano avanti così.
Lei vagava spersa senza un'idea e non aveva un'idea di lui, solo la consapevolezza dell'ineluttabile.
Fu per caso che si avvicinarono quando lui si confuse tra le molecole d’aria, mentre andava per caso da quella finestra concentrato su di sé, ma non su quella possibilità. Dopo un po’ si resero conto che non avevano saputo non fare accadere ciò che pensavano dovesse accadere, comunque.
Tuttavia trovarono un modo piacevole di andare incontro a ciò che a lui pareva una completezza ed a lei un’altra necessità. Quando su una montagna lontana lui le chiese di unirsi a lei, per sempre, lei rispose, ma fece finta di non sentire per sempre per potere rispondere così, di sì. Lui mise quel sì in cassaforte e non lo toccò più per gli anni a venire, non lo rimirò e mai e in questo modo non lo mise mai più in discussione. Lei era contenta di questo, perché seppure in un mondo ideale sarebbe stato meglio potere ridiscutere quel sì, lei, in questo modo, provava a dimenticarsi della sua esistenza. Alle volte tornava alla finestra a guardare le molecole d’aria passare. Ora le guardava con più attenzione, perché cercava un messaggio in bottiglia dentro di loro, che sconquassasse quella serenità che era solo nata per scelta. Lui si ricordava sempre di essere sull’Itaca di qualcun altro e quando la guardava guardare, faceva finta di non vedere, anche se, come lui sapeva, capiva, visto che pure lui era stato una molecola d’aria.
Alla fine riuscirono a dimenticarsi della pesantezza di quel sì. Lei facendo finta di essere nata con lui, lui convincendosi che il sì non fosse mai stato detto così non c'era da discuterlo, da dimostrarlo, da metterlo alla prova, da cercarlo, da capirlo, da confermarlo, da negarlo, da elevarlo, da superarlo, da viverlo, da continuarlo.
Era un sì, un solo, singolo, sì.
Visto che il boss era in galera (e lo è tuttora), avrà ordinato da là il suo volere, cioè la solita ritorsione. Come gli arrivò la notizia, probabilmente non perse chissà quanto tempo ad ordinare l’esecuzione. Sicuramente se lo aspettava lui e se lo aspettavano fuori, quindi l’ordine consisteva soltanto in un cenno che indicava l’autorizzazione a procedere, perchè insomma si sa come vanno queste cose: se sei un boss di Cosa Nostra, se hai un terreno, grande, se questo terreno ti frutta pure soldi, se questo terreno lo hai pure ottenuto grazie alle tue attività illecite, è normale (PER FORTUNA) che te lo confiscano e tu ci puoi mettere una pietra sopra. Lo Stato diventa proprietario e, lentamente, la società si riappropria di ciò che gli spetta e si rende conto, a poco a poco, che lo prendevano a pedate prima, quel boss, male non era.
Comunque, hai voglia ad incazzarti in galera, a sbattere le corna contro le sbarre e le mura contro questa ingiustizia e questo sopruso, questo schifo di stato statalista che ti priva della tua proprietà privata, perché tanto quel terreno non sarà mai più tuo. Si vabbè per qualche anno ci sarà quella riverenza, quel rispetto, quella paura per la quale nessuno vorrà utilizzare il terreno confiscato, i picciotti continueranno a girare sul posto per fare capire chi è il vero proprietario, ma poi sti cazzi qualcuno lo userà quel terreno per coltivare limoni. Alla faccia tua.
Ora eravamo rimasti a quel cenno, quel cenno con il quale il boss dalla galera ordinò ai suoi picciotti di vendicare la lesa proprietà privata.
Io me lo vedo uno di questi picciotti, obbediente ed ossequioso, che si alza la mattina presto, se ne va nei campi dove ci sono le pecore, ne prende un po’ (un bel po’) e le porta là al terreno confiscato. Si infila con il furgoncino nella stradella che porta al terreno confiscato e raggiunge i due casolari che stanno là, al centro del terreno. Posteggia, scende dalla macchina, e va ad aprire il casolare sulla destra, che è anche un po’ più grande dell’altro. Apre il furgoncino e come un cane pastore fa andare tutte le pecore dentro il casolare, si tocca la tasca per verificare di avere il coltello, chiude la porta, apre la finestra per avere luce…ed inizia la mattanza. Infilza le pecore ad una ad una, sempre e ripetitivamente nello stesso modo: le lascia coricate con le budella di fuori. Inizieranno a puzzare presto, pensa mentre le pecore belano di terrore. Cerca di accatastarle da vive, mentre le pecore vanno a sbattere sui muri dalla disperazione. Si lamenta trasportando i cadaveri verso il centro del casolare, mentre le budella delle pecore trascinate tracimano dal cadavere e le urla di quelle vive tracimano dall’ambiente chiuso e si spargono tra i campi.
Finalmente termina questa mattanza di terra, dopo avere imbrattato di sangue se stesso e la camera della morte improvvisata, e se ne va.
Avrei voluto vedere la sua faccia, ma anche quel del boss in galera, ma anche quella della cooperativa che aveva avuto in gestione il terreno confiscato, ma anche la faccia di tutti gli abitanti del paese, ma anche la faccia del magistrato che aveva ordinato la confisca, ma tutte le facce del mondo avrei voluto vedere quando si scoprì che, per un errore di trascrizione, non era stato confiscato tutto il terreno, ma solo metà. La metà che si raggiunge infilandosi nella stradella e che va dal casolare a sinistra ed oltre…il casolare sulla destra ed il terreno dietro rimasero di proprietà del boss, con le sue nespole, i suoi limoni, ed i suoi cadaveri squartati di pecora…
Forse, forse, forse…tutti viviamo in giro per la vita soltanto convinti della cattiveria del prossimo e della sua compiutezza. Forse, forse, forse…in realtà siamo tutti incompiuti, umanamente sia chiaro, e mentre cerchiamo, o magari solo aspettiamo, l’elemento di complementarietà non stiamo facendo altro che tenere compagnia reciprocamente alle nostre manchevolezze. Una compagnia remota, però, perché se non fosse tale, rischierebbe di colmare le lacune del prossimo ed il prossimo le nostre.
Forse, forse, forse…tutti procediamo delusi dal prossimo o dall’umanità intera e basterebbe solo palesare l’oggetto della nostra ricerca. Rendere manifesto il Graal che cerchiamo, e sicuramente qualcuno potrebbe dirci dove lo ha visto, o magari conosce qualcuno che ha sentito qualche storia interessante che lo riguarda. Forse, forse, forse…dovremmo smettere invece di continuare le nostre ricerche in solitaria come se gli altri non potessero capire, o come se il resto dell’umanità non si meritasse di essere partecipe della nostra ricerca o eventualmente solo della notizia della nostra ricerca.
Forse, forse, forse…è perché in realtà abbiamo qualche forma di orgoglio che ci spinge a continuare a cercare da soli oppure non vogliamo ammettere e, dopo, scoprire che in realtà era di una facilità estrema portare a compimento la nostra iniziazione, oppure ancora già sappiamo che in realtà la nostra incompiutezza è uguale a quella degli altri e si completa allo stesso modo di quella degli.
Forse, forse, forse…non vediamo l’ora di aiutarci a vicenda, e continuiamo fino alla fine delle nostre forze a prodigarci per il prossimo rispondendo soltanto alle richieste di aiuto, ma ci scordiamo sempre di chiederlo questo benedettissimo aiuto.
Così continuiamo la nostra vita da biglie nel labirinto, tante biglie nel labirinto dalle spesse e rigide pareti di legno che si muovo virando e rollando solo per volere della gravità ciascuna per i fatti suoi, ma tutte sullo stesso piano, con le altre biglie che ci rotolano accanto, al di là del compensato che consapevoli della nostra presenza non riescono a scavalcare quel miserrimo listello solo perché non ci hanno mai provato. Poche biglie, di bellissimo vetro, riescono a rendersi umili, di scadente gomma, che impazzisce e rimbalza lì e là nel labirinto, saltando le curve e rimbalzando sugli spigoli, vedendo le altre biglie bellissime di vetro e mostrando loro come, la brutta gomma, riesca finalmente a toccare le altre biglie ed a trovare ciò che aveva sempre cercato: una prospettiva nuova che non sapevo di conoscere.
13 aprile 1901Professor Wilhelm Ostwald
Università di Lipsia
Lipsia, Germania
Stimatissimo Signor Professore!
La prego di scusare un padre che osa rivolgersi a lei, caro professore, nell’interesse del proprio figlio.
Desidero precisare, anzitutto, che mio figlio Albert Einstein ha ventidue anni,…ed è profondamente amareggiato dell’attuale inattività; ogni giorno si radica sempre più in lui l’idea di avere fallito nella propria carriera e di non potere più ritrovare la retta via. Per giunta, lo deprime il pensiero di esserci di peso, in quanto non siamo benestanti…
Mi permetto di rivolgermi a lei supplicandola di scrivergli alcune righe di incoraggiamento, affinché possa ritrovare il gusto per la vita e il suo lavoro.
Se, inoltre, le fosse possibile trovargli un posto di assistente,o subito o nel prossimo autunno, la mia gratitudine non avrebbe limiti…
La prego ancora di perdonare la mia audacia nello scriverle la presente, e desidero aggiungere che mio figlio ignora questa mia iniziativa poco ortodossa.
Rimanendo a lei, stimatissimo Signor Professore,
sempre devoto
Hermann Einstein.
Einstein era un bamboccione, suo padre era un traffichino ed il professor Ostwald un cafone che non rispose mai a questa lettera. I tedeschi non sanno scrivere una raccomandazione, ma che uno la chiede in questo modo? Un po’ eleganti allusioni sarebbero state molto più efficaci, secondo me. Mettere di mezzo la gratitudine poi…la gratitudine può non avere limiti, quindi ci sono cose che non hanno un prezzo.
C’è speranza per tutti.
Non c'ero perche' ero troppo impegnato a cambiare il mondo. C'ho provato in tutti i modi: ho scalato le montagne del mattino, ho provato con la gioia della musica a cambiare la mente delle persone, ho sparpagliato il sapere, c'ho scerzato su, ho provato a giudicare, ho provato a fermare l'inarrestabile, ho contrastato le intemperie ed ho cambiato il corso dei fiumi.
A quanto pare qualche giorno fa è sparito un buco nero. La dinamica non è stata per nulla chiara, e tuttora si sta cercando di capire cosa sia successo. Il buco nero in questione era un buco nero da 10 masse solari serafico, tranquillo e inerte, ma anche un po’ oscillante e se ne stava lì dove l’avevano messo, vicino ad un centro di massa tra i tanti centri di massa che esistono.
Dalle prime indiscrezioni sembra che qualcuno gli abbia tirato addosso una stella di neutroni e lui per tutta risposta ha preso, ha creato di sua sponte, due etti di quantità di moto e se ne sia andato per la sua strada, insieme alla sua quantità di moto. Intervistato, Schwarzschild ha detto che il buco nero non è suo, Kerr non lo riconosce neppure, trattasi di buco nero orfano, probabilmente.
Gli inquirenti barcollano nel buio e per questo sostengono che troveranno presto il buco nero, ma la realtà, dicono le indiscrezioni, è ben diversa. In realtà hanno fatto luce sul caso e quindi non hanno speranza di trovare il buco nero, anche perché avendolo visto andare via, e non essendoci alcuna richiesta di riscatto, non si sa neppure se trattasi di rapimento oppure semplice fuga.
Ancora meno chiarezza se si pensa che si conosce quale sia la velocità di fuga, ma non si ha idea di quale sia la velocità di rapimento.
Che comunque non c’è da meravigliarsi che sia fuggito, visto che era diversi mesi che gli tiravano addosso oggetti contundenti (stelle di neutroni) e certamente la cosa non contribuiva a creare un clima di dialogo e cordialità nel quale vivere.
Certo è che, rapito o fuggito, il buco nero è andato via con il suo disco. Essendo il disco non di particolare valore, questo elemento lascia perplessi gli inquirenti.
In esclusiva abbiamo le immagini del lancio di oggetti contundenti sul poveretto, ma inspiegabilmente il filmato non mostra l’istante in cui il buco nero scompare, per questo motivo gli investigatori hanno sequestrato il filmato ipotizzando il reato di FRODE!
Io quel sabato ero un bambino. Me ne andai in campagna con un mio amico delle elementari, passai dall'autostrada due ore prima che ci l'autostrada in quel punto non ci fosse piu' e passai un tranquillo pomeriggio. Finche' non fummo investiti dalla notizia...quelli intorno a me non sembravano sconvolti come me ed io provavo a non pensarci, anche se per me Falcone era sempre stato un po' come Spider-Man. Magari un bambino vive i suoi miti sul ritorno che subisce dal mondo, e cosi', per poche ore, anche se avevano ucciso l'uomo ragno, io mi giocavo e pensavo che il fatto che fosse un super eroe fosse solo una mia esagerazione. Pero' a poco a poco che le mie convinzioni recuperarono forza. Non capivo nulla di traffico di droga, di convergenza di interessi, di 41bis, di cosche, di capimandamenti, di pizzo, di cupola e di Cosa Nostra. Se e' ancora un problema spiegare ad un non siciliano Cosa Nostra, figuriamoci quando ne potevo essere in grado da bambino, ma il punto e' che nella epica distinzione tra bene e male, io ero sicuro che la Mafia stava dalla parte del male, ed il giudice Falcone, nel mio immaginario, era il paladino che lottava contro il male. Era la nostra unica arma segreta, era il deus ex-machina che li avrebbe smantellati tutti, era l'alabarda spaziale. Come mi potevo sentire senza l'alabarda spaziale?
La notte non dormi' per nulla ed il ritorno a Palermo la domenica fu lungo ed estenuante visto che l'autostrada era bloccata. Erano ancora tempi senza Internet, senza cellulare e c'era qualcuno che restava isolato dal mondo nei finesettimana. Cosi' assistetti pure ad un tipo che spazientitosi in mezzo al traffico, apri' la portiera della macchina, tiro fuori il suo corpo con il suo panzone e la camicia sudata, si appoggio' con un piede sulla scocca della macchina per guadagnare qualche centimetro e scrutando l'orizzonte si interrogo':"Ma che ci fu? Incidente, ci fu?".
Poi vennero i funerali che guardavo in televisione e piu' il paese si scuoteva, piu' restavo convinto che avevano ucciso un supereroe. Guardavo i funerali e piangevo. Mi sentivo meglio mentre piangevo, perche' all'inizio, pensai, non era il caso di piangere, era il caso di guardare e pensare che in fondo ci sarebbe potuto essere qualcuno che ne prendeva il posto, ma poi compresi che c'era solo da piangere in quel momento e quando iniziai a sfogare il mio pianto in silenzio, inizia pure a stare meglio.
Ricordo quasi tutto di quei giorni, nonostante gli anni che sono passati.
Ora non sono piu' un bimbo che piange davanti ai funerali, ed ho capito che non ci sono supereroi che possano fare nulla, ma solo funzionari dello stato che hanno bisogno del nostro aiuto per vincere questa guerra.
Forse era tutto scritto da qualche mente statista molto superiore alla mia, ma il destino ha cominciato a scriversi quel giorno. Forse non ora, ma tra qualche anno quelli che avranno in mano il destino della Sicilia saranno quelli della mia eta', quelli che hanno studiato quando studiavo io, quelli che ora hanno iniziato a cercare un lavoro mentre lo cerco io, quelli che i mondiali del 1982 non li hanno visti o non se li possono ricordare e sono diventati veri Campioni del Mondo nel 2006, ma anche quelli che avevano gia' la maturita' per piangere a dirotto quando Roberto Baggio sbaglio' l'unico rigore che non doveva sbagliare nel 1994. Insomma questi sono gli stessi che erano davanti alla televisione per quei funerali a piangere, mentre piangevo io, per il supereroe ucciso, per essere rimasti senza alabarda spaziale. Quei bambini che piangevano tutti insime in tutta l'isola durante quei funerali non hanno dimenticato e non hanno perdonato, e non avranno pace finche' non vendicheranno il loro supereroe. Il giudice Falcone, l'alabarda spaziale.